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Manovra, Conte: ”Non dormo notte se no ci sono misure adeguate”

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(Agenzia Vista) New York, 25 settembre 2018 Manovra Conte A Di Maio gli rispondo dal vivo Non dormo la notte se non ci sono omisure adeguate Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla 73esima Assemblea generale dell’Onu: “Con la manovra porteremo benefici al Paese”.

L’attacco del generale Pappalardo: “Di Maio, vergognati, volevi allearti con Renzi”

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“Di Maio, vergognati, volevi allearti con Renzi. Poi ti ha sbattuto la porta in faccia e sei andato dal reazionario Salvini”. È uno dei passaggi del discorso, originale, dell’ex generale Antonio Pappalardo, che ha rivolto anche una preghiera ad Alessandro Di Battista: “Vieni con noi, ti sosterremo. Torna a caccia Di Maio dal M5s”.

Toscani-Salvini, scontro durissimo

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“Orgoglioso di non piacere al signorino Oliviero Toscani, che per l’ennesima volta pronuncia parole disgustose e di minaccia degne del peggior centro sociale. In passato ho querelato Toscani, ma non perché ha detto che sarei stato un disastro, bensì per la frase, testuale, ‘Salvini fa i pompini ai cretini’. Per fargli cambiare idea sul sottoscritto basterebbe affidargli un lavoro, ma preferisco rivolgermi altrove”.

Lo dichiara il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini. “Mio padre ha fotografato Mussolini a piazzale Loreto, chissà dove fotograferò io Salvini” aveva detto Toscani in un’intervista al ‘Corriere della Sera’. E ora con l’Adnkronos replica alle critiche sui social del leader della Lega: “Non mi frega nulla di quello che dice Salvini, per me è come se fosse una scoreggia”. “Io lavoro, non ho tempo di guardare i social…”, taglia corto il fotografo. (AdnKronos)

A stretto giro il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha risposto al fotografo Oliviero Toscani che, in un’intervista al Corriere della sera, ha evocato piazzale Loreto e l’esecuzione di Benito Mussolini, immortalata in una fotografia scattata proprio da suo padre. Al fotografo, il leader della Lega ha detto: “Orgoglioso di non piacere al signorino Oliviero Toscani, che per l’ennesima volta pronuncia parole disgustose e di minaccia degne del peggior centro sociale. In passato ho querelato Toscani, ma non perché ha detto che sarei stato un disastro, bensì per la frase – testuale – ‘Salvini fa i pompini ai cretini’. Per fargli cambiare idea sul sottoscritto basterebbe affidargli un lavoro, ma preferisco rivolgermi altrove”.

Attacchi troll, Renzi: “Ho chiesto ai pm di essere ascoltato”

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Da: Il Fatto Quotidiano

Matteo Renzi vuole essere ascoltato dai pm di Roma nell’indagine sugli attacchi dei troll al presidente Sergio Mattarella. L’ex segretario del Pd lo ha annunciato in diretta su Facebook, spiegando che “le fake news sono oggetto di indagini internazionali e molti sospettano che ci siano potenze intervenute su eventi politici“. Tra gli eventi elettorali potenzialmente influenzati, aggiunge, potrebbe essere “anche sul referendumcostituzionale del 2016″ che provocò le sue dimissioni dopo la sonora bocciatura nelle urne.

Per questo, spiega Renzi, “ho chiesto al procuratore Pignatone di essere ascoltato come testimone perché penso che su questa storia delle fake news si giochi parte del futuro dell’Italia”. La vicenda, sostiene il parlamentare di Rignano, è “tutt’altro che una bolla di sapone, come invece dice Il Fatto Quotidiano, e ce la ritroveremo, a settembre”.

“Nella notte dello scontro tra presidente della Repubblica e M5s su SavonaDi Maio ha chiesto l’impeachment. In quel momento parte una campagna contro Mattarella con la creazione di profili falsi, creati da chi sa chi: chi sarà stato? Un soggetto politico, imprenditoriale, una via di mezzo tra una società e un movimento? Chi lo sa?”, si interroga Renzi.

Marchionne: “In ferie da cosa?”

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Camilla Conti per “il Giornale”

Chi lo ha conosciuto bene è convinto che Sergio Marchionne abbia avuto il tempo di pensare al suo testamento. Forse con l’ aiuto di un grande studio legale di Zurigo con succursale a Lugano, che lo seguiva da anni. Chissà. Il patrimonio accumulato dal manager nel corso degli ultimi quattordici anni di lavoro – tra stipendi, bonus, stock option da monetizzare, titoli in portafoglio e immobili – si aggira attorno ai 700 milioni di euro.

Da quando nel 2003 è entrato nel cda di Fiat (poi Fca) per poi diventarne ad nel giugno del 2004, ha incassato più di 90,5 milioni dalla sola casa automobilistica sommando per ogni esercizio la remunerazione fissa a lui garantita, i bonus per i risultati raggiunti e i proventi per le stock option già esercitate.

A questo assegno in busta paga vanno poi sommate 4,4 milioni di stock option che il manager deteneva almeno fino al 31 dicembre 2017 e quindi ancora da far fruttare.

Marchionne non possedeva soltanto 16,4 milioni di titoli del Lingotto (l’ 1,07% del capitale) ma nella galassia Agnelli aveva anche in portafoglio 11,8 milioni di azioni Cnh e 1,46 milioni di azioni Ferrari.

Ai guadagni di quattordici anni di lavoro si aggiungono anche le proprietà immobiliari: quando è arrivato a Torino ha avuto in uso, nei primi tempi, la casa in piazza Vittorio Veneto, quella per i manager Fiat, a due passi dal Caffè Elena, uno dei locali storici della città. Ma qualche anno fa aveva deciso di acquistare la casa di Sergio Pininfarina, alla Crocetta, ristrutturando l’ edificio da cima a fondo.

In Svizzera, c’ è la sua casa a Blonay nel cantone francofono di Vaud, vicino a Losanna. Circa un anno fa si era spostato dalla storica residenza di Walchwill, nel cantone di Zug, nella vicina Schindellegi vicino a Zurigo dove risulta ancora domiciliato, nel complesso residenziale super-lusso «Sunset», a Stutzhalden Strasse 20.

Quando invece era negli States, la base era una villa sul lago a nord di Detroit nella contea di Oakland: dodici camere da letto, un pianoforte che suona da solo grazie al computer e un cinema da condividere con pochi, fidati amici.

Dal primo giugno 2004, Marchionne ha firmato 14 bilanci della Fiat generando più di 15 miliardi di utili. Ma non ha avuto il tempo per godersi i frutti del suo lavoro. Chi lo farà? La risposta dipende da molte variabili e soprattutto invade la privacy che Sergio Marchionne ha sempre difeso morbosamente.

Si possono, dunque, azzardare solo delle ipotesi. La sola scelta della legge regolatrice della successione appare complicata: cittadino italiano, ma anche canadese, luogo di ultimo domicilio in Svizzera, valgono le norme del Codice civile elvetico, riservata l’applicazione delle norme di diritto internazionale privato che distinguono la residenza dalla cittadinanza (se comune o meno tra i coniugi), se ci sono legittimari e dove questi sono residenti e cittadini.

Gli eredi diretti di Marchionne sono i due figli che vivono in Canada, Alessio Giacomo del 1989 e Jonathan Tyler nato nel 1994, avuti dal matrimonio con la ex moglie Orlandina, interrotto nel 2012, da cui risulta solo separato. La nuova compagna Manuela Battezzato, dipendente della Fiat nell’ area Comunicazione, gli è rimasta accanto fino alla fine.

Se Marchionne non ha predisposto un testamento, è complicato capire come verrà distribuita l’ eredità considerando anche le leggi svizzere e il fatto che potrebbe aver firmato un accordo di separazione dalla ex moglie con particolari condizioni da aggiungere alla cosiddetta «legittima». Marchionne potrebbe inoltre aver fatto delle donazioni in vita alla compagna Manuela o predisposto delle polizze assicurative.

Ma queste restano soltanto delle ipotesi.

Foto Di Maio su Fb nel bar del boss, Boschi all’attacco. Ma è una bufala

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Tutti i principali giornali italiani e i TG oggi parlano dell’arresto del presunto boss mafioso Giuseppe Corona e di chissà quale legame con il Movimento 5 Stelle. Il boss lo scorso autunno aveva pubblicato sulla pagina Facebook del bar ‘Aurora’ di Palermo una fotografia con il vicepremier Luigi Di Maio e il deputato siciliano M5S Giancarlo Cancelleri, che erano andati nel locale durante la campagna elettorale per le Regionali. Nella foto si vede il cognato di Corona, Fabio Bonaccorso, titolare del bar Aurora con i due leader del M5S. Ai grandi giornalisti italiani, però, sfugge il fatto che il boss non fosse nella foto. Cancelleri ha smentito la notizia poco fa con un video su Facebook. Il bar caffetteria è stato sequestrato oggi.

Maria Elena Boschi, rilanciando su Twitter la notizia, va all’attacco: “Di Maio con il presunto tesoriere della nuova mafia. Può capitare. Ma – aggiunge – per una foto simile l’ex ministro Poletti è stato massacrato dalla propaganda #M5S. La consueta #doppiamorale grillina. Quando finiranno di usare il web per manganellare gli avversari sarà comunque troppo tardi”. Anche Matteo Renzi ha rilanciato il tweet della Boschi.

Furioso il capo dell’opposizione all’Ars del M5S Giancarlo Cancelleri. “Non esiste nessuna foto con me e il boss arrestato oggi – dice in una diretta Facebook -, ricordo che quel giorno ero con Luigi Di Maio ed ero stanco morto per la campagna elettorale, c’era un caldo soffocante, la cravatta mi stringeva il collo, verso l’una passavamo da quel bar e ho detto: ‘Luigi, entriamo a prenderci un caffè‘. E così abbiamo fatto. Appena entrati, il gestore ha detto ‘Che piacere vedervi qui, facciamoci una foto’, e così abbiamo fatto. Ma io non sono mai andato, né prima né dopo in quel bar. Sono molto molto incazzato”.

“Io non ho mai incontrato queste persone – continua – se qualcuno pensa che pubblicando la foto, loro si possono considerare vicini, si sbaglia. Noi non permetteremo mai a nessuna organizzazione criminale di infiltrarsi nel M5S. Noi siamo quelli che vogliamo togliere i vitalizi a chi si macchia di reati di mafia, siamo contro una battaglia blanda alla mafia”. E ancora: “Io e la mia storia parlano per me, non permetterò mai a nessuno di avvicinarsi a me e al M5s”.

E poi attacca la stampa: “Non permetto di fare giornalismo in questo modo, cioè prendendo due cose che sono accadute e mischiandole insieme. Mi sono stancato. Non me ne frega niente e al boss dico: è inutile che vi avvicinate, non faremo mai affari con loro. La mafia è una montagna di merda ed è arrivato il momento di cancellarla, oggi mi sono incazzato oggi, ma tanto”.

Mentana contro Salvini

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(AdnKronos)”Le manette” e “il buttar via la chiave” non dovrebbero “mai essere evocati dai politici, di governo o di opposizione, e a maggior ragione da chi ricopre ruoli istituzionali” in relazione a fatti in pieno svolgimento. Il direttore di Tg La7 Enrico Mentana critica in un post su Facebook la posizione del ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla vicenda della nave Diciotti. Se “ci si vuole sfogare – scrive – ci sono i social, dove si legge ogni tipo di nefandezza”. “Ma lo stato di diritto – sottolinea – non è uno stato d’animo”.

Secondo Mentana “sulla vicenda Salvini-Mattarella-migranti sarebbe il caso di uscire dalla solita logica da stadio, quella del tifo a prescindere”. “E non sarebbe difficile farlo – aggiunge -: basterebbe aspettare pochi giorni” quando le indagini su quanto accaduto a bordo della Vos Thalassa finiranno nella mani del procuratore di Trapani Alfredo Morvillo.

“Non era pensabile – sottolinea – che una nave della Guardia Costiera italiana non potesse entrare in uno scalo portuale italiano per decisione del governo italiano, né che qualcuno – migrante o membro di uno dei due equipaggi – potesse essere indagato o addirittura arrestato per diktat ministeriale. Alla fine magari – continua Mentana – si scoprirà che i soli due sospettati (e allo stato nulla più) si saranno macchiati di reati terribili, e saranno processati e condannati di conseguenza. Oppure no. Ma le leggi e le pene – sottolinea – non sono il frutto di paure o pulsioni. Il diritto è freddo, nell’interesse di tutti. Dev’essere giusto, non esemplare“.

Alessia Morani: “Cosa ne pensate di un ‘Movimento democratico europeo’?”

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“Cosa ne pensate di un ‘Movimento democratico europeo’?”. Alessia Morani, sulle sue pagine social, lancia il sondaggio su un nuovo nome e una nuova ‘forma’ per il Partito democratico.

“Dal Pd nasca un Movimento democratico europeo. Basta nostalgie del Novecento, altrimenti arrivano le ruspe di Salvini e Orban. Il no ai sovranisti parta dall’alternativa progressista italiana”, scrive Morani su Facebook e Twitter.

Legame Ong-scafisti, Marco Travaglio risponde a Diego Bianchi: “Se alcune indagini non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi”

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(pressreader.com) – di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano del 11 luglio 2018 – Siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire né peggior cieco di chi non vuol vedere, Diego Bianchi in arte Zoro prende mezza frase dal mio articolo piuttosto lungo di ieri sui migranti per segnalarmi alla corte di rottweiler che popolano il suo profilo Twitter. I quali – senz’aver letto una riga del mio pezzo – colgono l’occasione per riempirmi di insulti e dipingermi come servo di questo o quell’altro. Nessun problema: c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando. Poi ciascuno sceglie quella che preferisce. Ma siccome, se non rispondi entro due minuti al primo che passa per i social, sei subito additato come omertoso o in difficoltà (chissà perché non replica, eh eh), accontento volentieri il nostro spiritoso showman. La sua domanda è questa: “Marco Travaglio sul Fatto scrive: ‘il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate’. Per interesse personale e professionale avrei bisogno di sapere nel dettaglio ‘acclarato’ da chi e ‘rivendicato’ da chi. Grazie”.

Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l’audio delle intercettazioni dei responsabili di un’Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché – spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio – “è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all’equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti ‘salvati’, ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari”.

Consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani. Sulla prua della Iuventa campeggiava il cartello “Fuck Imrcc”, simpatico messaggio al Centro di coordinamento Sar italiano. È lo stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane. Se poi alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s’è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi.

Che sono l’uno il replay dell’altro e, anche quando non sono penalmente rilevanti, vanno comunque valutati per ricostruire quel che accade nel Mediterraneo. Tra l’altro, è ciò che spesso rilevavano i satelliti militari puntati sul Mediterraneo: navi di Ong salpavano all’improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell’arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre. In molti casi, il trafficante “vendeva” a prezzo maggiorato quei viaggi “sicuri”, incrementando i guadagni, riducendo le spese (perché investe molto meno sui natanti e sul carburante) e azzerando il rischio che, avvicinandosi troppo alla costa italiana, qualcuno lo arrestasse. Questo modus operandi è stato più volte rivendicato dalle Ong coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L’argomento è: “Così si salvano più vite”. Ma non è vero: le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti, che infatti fino a un anno fa prosperava indisturbato, mettendo a rischio più vite ancora.

Poi Minniti, che conosceva bene quella trafila, impose alle Ong alcune regole: tenere i transponder accesi (già: perché venivano quasi sempre spenti?) e ospitare un agente di polizia giudiziaria a bordo delle navi (perché, se era tutto regolare, tanta resistenza a far salire la polizia?). Norme di comune buonsenso, che invece molte Ong respinsero sdegnate, dimostrando che proprio tutto regolare non era. Dopodiché, come per miracolo, le partenze dalla Libia (e dunque i morti in mare) crollarono dell’80-90%, anche grazie a nuovi accordi Roma-Tripoli. L’ammiraglio Enrico Credendino, comandante delle operazioni internazionali Sophia e Navfor Med, ha confermato al Corriere della Sera: “Ci sono Ong che lavorano spesso al limite delle acque libiche, la sera hanno questi grossi proiettori: gli scafisti li vedono e mandano il gommone verso questi proiettori”. Il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha rivelato al Parlamento: “Attraverso le testimonianze di migranti, abbiamo osservato che in alcuni casi gli scafisti danno telefoni ai migranti con i numeri delle Ong”.

Ma, onde evitare che il simpatico Zoro faccia un altro tweet per dubitare dei provvedimenti di pm, Gup, Riesame di Trapani, Cassazione e altre Procure, delle immagini dei satelliti, delle parole di un ammiraglio e del capo di Frontex e di altra simile robaccia, gli cito una fonte che potrebbe vincere la sua congenita incredulità.

È un articolo di Repubblica del 3 agosto 2017: “La coraggiosa inchiesta di Trapani” si fonda sull’“evidenza incoercibile dei fatti” e “dà un senso, a chi ancora non l’avesse colto, al codice di autoregolamentazione” imposto da Minniti alle Ong. Che “disciplinerà di qui in avanti le attività… delle Ong (fatto proprio dall’Ue)”. Non solo: la “coraggiosa inchiesta… svela in quale infernale meccanismo il nostro Paese fosse finito. Almeno fino a quando – e ne va dato pieno atto e merito – al Viminale non sono arrivati il ministro Minniti e un’idea di governo dei flussi migratori”. E ancora: l’Ong tedesca “non soccorreva migranti sottraendoli alla morte in mare. Li caricava sotto costa, in acque territoriali libiche, con l’accordo dei trafficanti di uomini, per poi depositarli in uno dei tanti porti italiani”. Dunque “ha mentito”: rifiutava il codice Minniti non per difendere la sua “neutralità”, ma per continuare le sue “trastule con i trafficanti di uomini… ritenuti dai giovani tedeschi della Ong assai più ‘neutrali’ dei poliziotti… Ma c’è di più. Si dimostra ora quale oscenità ideologica, questa sì contraria a ogni principio umanitario, nasconda l’idea che il nostro Paese sia parte di un ‘conflitto’ (contro chi?) le cui vittime sarebbero i migranti”. Ergo questa è “l’ultima e definitiva occasione… per fare chiarezza nel mondo delle Ong: Medici senza frontiere e con loro tutte le Ong che non hanno firmato il protocollo devono far sapere da oggi se sono con Jugend Rettet o con Save The Children” e le altre che l’hanno firmato. Parola di Repubblica, non del putribondo Fatto Quotidiano.

Nella speranza di avere soddisfatto le legittime curiosità di Zoro, rispondo – già che ci sono – anche alla giornalista Francesca Mannocchi, anche lei piuttosto nervosa, su Facebook, a causa del mio articolo: “Marco Travaglio dice che in Libia ci sarebbero dai 700 mila al milione pronti a partire? Dove ha trovato questo dato? […]

Scorta, 560 vip protetti in Italia: Boschi, De Girolamo, D’Alema e…

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(di Alessandro Mantovani – Il Fatto Quotidiano) – Raccontano al Viminale che Maurizio Gasparri, parlamentare immarcescibile nelle file del Msi, poi di An e tutt’ora senatore di Forza Italia, abbia fatto il diavolo a quattro, qualche anno fa, quando al ministero dell’Interno c’era Angelino Alfano e i responsabili di Prefetture e Ucis (Ufficio centrale interforze sicurezza personale) pensarono di togliergli la scorta. Così gliel’hanno ridata, livello 3 che prevede un’auto blindata.

Un’altra lamentela arrivò, sempre ai tempi di Angelino, da Francesco Boccia del Pd in nome e per conto della sua signora, Nunzia De Girolamo, oggi non più parlamentare di Forza Italia dopo esser passata anche per il Nuovo centrodestra alfaniano, col risultato di mantenerle un dispositivo di protezione minimo – livello quattro, almeno un agente e un autista su auto comune – nella sua Benevento. Perfino Gianfranco Rotondi, leader indefesso della Democrazia Cristiana per le Autonomie rieletto con Forza Italia in Abruzzo il 4 marzo scorso, ha vittoriosamente resistito al tentativo di privarlo della protezione sempre quando Alfano era ministro dell’Interno. E così Massimo D’Alema quando al Viminale c’era Marco Minniti. C’è una scorta, sempre di livello 4, anche per Lorenzo Cesa, già braccio destro di Pier Ferdinando Casini, eurodeputato e segretario di quel che resta della centrista Udc. A Maria Elena Boschi da quando non è più sottosegretaria è stato abbassato il livello da 3 a 4. Ad altri ex ministri è stata tolta, Piero Fassino invece ce l’ha ancora e anche l’ex ministro Maurizio Lupi e l’onorevole Ernesto Carbone, già nella segreteria del Pd renziano.

Intendiamoci, se hanno la scorta un motivo ci sarà, non spetta certo a noi valutare i pericoli. Ci pensano le Prefetture, i responsabili delle forze dell’ordine e, appunto, l’Ucis, istituito a livello centrale dopo lo scandalo che seguì l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, freddato dalle nuove Br nel 2002 sotto i portici di Bologna dopo che appunto gli avevano revocato la scorta. Allora il ministro dell’Interno era Claudio Scajola, Forza Italia, quello del G8 di Genova, recentemente rieletto sindaco di Imperia come nel lontano 1982. Nel 2001 avevano fatto un taglio lineare del 30% e Biagi ne restò fuori, pagarono due prefetti.

Oggi di tagli lineari non vuole sentir parlare nessuno ma il tema delle scorte inutili esiste. Il ministro degli Interni Matteo Salvini dovrebbe occuparsene dopo l’estate. Qualcuno, intanto, prova a dare il buon esempio: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto di ridimensionare il suo dispositivo dal livello 1, tre auto blindate, al 2, e a quanto pare si farà. Il capo della Polizia Franco Gabrielli non ha la scorta.

Ad Antonio Ingroia, l’ex pm palermitano che indagò sulla Trattativa Stato-mafia, oggi avvocato, manager e politico, la scorta l’hanno tolta un paio di mesi fa dopo che negli anni il dispositivo era passato dal livello 2, che prevede due auto blindate, al 4. Hanno deciso le Prefetture e le Questure interessate, Palermo in primis e gli specialisti del Viminale si assumono la responsabilità tecnica della valutazione di cessato pericolo, che risale ai tempi di Minniti: “Le scorte è molto più facile darle che toglierle”, osservano. Per Ingroia, dopo che il suo ex collega Nino Di Matteo ha sollevato il caso, c’è anche una petizione promossa dall’europarlamentare Barbara Spinelli alla quale hanno aderito tra gli altri Gian Carlo Caselli, Pietro Grasso e i vertici del Fatto Quotidiano. L’ex magistrato comunque ha chiesto un supplemento di istruttoria e lo stanno facendo.

Certo le scorte sono tante, come rilevato di recente anche dal Messaggero. Attualmente 560, per quasi metà proteggono magistrati. Alcuni, però, sono protetti solo fino alle 19 dei giorni feriali e restano senza tutela nel weekend. Complessivamente le scorte impiegano circa 2.100 uomini della polizia, dei carabinieri e della Guardia di finanza, più altri 300 per gli obiettivi fissi legati alle personalità sotto protezione. Numeri e spese rilevanti se si tiene conto che in altri Paesi dell’Europa occidentale, secondo i dati di cui dispongono al Viminale, gli scortati sono molti di meno: 165 in Francia, 40 in Germania, 20 nel Regno Unito. C’è anche chi, potendoselo permettere, viene incontro allo Stato: Claudio Lotito, il presidente della Ss Lazio protagonista anni fa di un conflitto con gli ultras estremisti della Curva Nord, l’auto blindata la paga di tasca sua.

Tra le 560 persone sotto scorta in Italia, dopo i 260 magistrati, ci sono una settantina politici, poco più di 30 di imprenditori, una trentina di dirigenti pubblici, una decina di pentiti e testimoni di giustizia che godono di misure più rigide rispetto ai circa 6.000 inseriti nei programmi di protezione e una ventina di giornalisti. Alcuni sono notoriamente entrati nel mirino della criminalità organizzata, dal vicedirettore dell’Espresso Lirio Abbate a Paolo Borrometi, ragusano, collaboratore dell’agenzia Agi e responsabile del sito www.laspia.it, oggi presidente di Articolo 21, vittima di minacce mafiose, aggressioni fisiche e per fortuna non del tentativo di attentato che pure è stato ricostruito nei processi: recentemente gli hanno potenziato il dispositivo, dal livello 3 (un’auto blindata) al 2 (due). È nota anche la storia di Federica Angeli di Repubblica entrata in rotta di collisione con gli Spada e gli altri clan di Ostia; un po’ meno quella di Michele Albanese del Quotidiano del Sud, minacciato dalla ’ndrangheta. Si muovono tutti su auto blindate.

Ma corrono pericoli, evidentemente più gravi di Ingroia e tali da giustificare il più modesto livello 4 tolto all’ex pm, anche il fustigatore di islamisti e islamici Magdi Cristiano Allan, l’ambasciatrice mancata di Israele Fiamma Nirenstein, il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il direttore di Repubblica Mario Calabresi, il direttore della Stampa Maurizio Molinari, l’editorialista ed ex direttore di Libero Vittorio Feltri, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti e il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa.