“Nel Pd l’aria è irrespirabile”. Va via Piero Martino, l’uomo di Franceschini

Piazza del Popolo gremita durante la manifestazione per il si' al Referendum organizzata dal Pd in Piazza del Popolo. Roma, 29 ottobre 2016. ANSA/ US PALAZZO CHIGI-TIBERIO BARCHIELLI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

«Basta, me ne vado, nel Pd l’aria è irrespirabile». A parlare è l’ex portavoce di Dario Franceschini, poi da lui messo in lista ed eletto deputato nelle liste Pd: Piero Martino.

Ex giornalista del Popolo e di Europa, primi passi nella Dc, ieri Piero Martino ha annunciato l’addio al Pd e l’approdo sui lidi di Mdp, il partitino scissionista di D’Alema e Bersani: «Mi iscrivo al loro gruppo. E aggiungo che trovo davvero bizzarri i toni che in molti usano verso quel partito. Neanche fossero Berlusconi, Grillo o una setta di estremisti». Quanto all’uscita dal Pd, racconta di averla maturata «dopo l’ultima direzione, durante la quale il segretario in sostanza ha detto: chi non è d’accordo con me, se ne vada. È evidente non ci sono più i margini per fare politica dentro il Pd di Renzi perché sta diventando, o è già diventato, una cosa diversa rispetto a quando è nato».

Da: Huffpost.it

Da giornalista, Piero Martino arriva dritto al punto: “Ho deciso di uscire dal Pd perché l’aria è irrespirabile”. Noto, da sempre, come il “portavoce di Franceschini”, Martino è stato per diversi lustri il responsabile della comunicazione del Pd. E prima ancora della Margherita e dei Popolari, ai tempi di Marini, quando i due vicesegretari erano Enrico Letta e Dario Franceschini. Un moderato, come si suol dire, che nel centrosinistra – con o senza trattino – era sempre dalla parte del centro: “Mi chiedi cosa rimpiango? La capacità di ascolto dei leader con cui ho lavorato”.

Decidiamo di darci del tu, nella conversazione, come facciamo da anni in Transatlantico, e ci abbandoniamo a qualche amarcord: “Ascolto – ripete – la chiave del leader è l’ascolto. Mi ricordo quel lupo marsicano di Marini, che diventa segretario del Ppi. Era l’Italia dove cambiava tutto: arrivava Berlusconi e la comunicazione era ben diversa rispetto ai tempi della Cisl. Ebbene, Marini si confrontava, ti stava a sentire. Ascoltava anche i consigli sulle giacche da indossare in tv, rivedevamo insieme le trasmissioni per capire…”. Ogni ritratto dei leader con cui ha lavorato lascia intendere una critica all’attuale leader del Pd e al suo modo di intendere il potere interpretare il ruolo di capo: “Vuoi un altro esempio della capacità di ascolto? Walter la mattina faceva un punto alle otto. L’approccio era che guidava lui la comunicazione: “Facciamo questo?”, “interveniamo su quest’altro?”; però se gli dicevi “no, non è opportuno, meglio così”, ti ascoltava”. Poi c’è Franceschini, un capitolo a parte. Un amico. Ci ha parlato da poco: “Dario – dice – per me è un fratello maggiore, ci conosciamo dall’87 e lavoriamo insieme, ha compreso il mio disagio politico”.

Finora, i fuoriusciti erano praticamente tutti di provenienza Pci, nostalgici della Ditta e di Peppone, odiatori di Renzi della prima ora. Lui, invece, arriva in teoria dalle file filo-renziane. In teoria. Perché in verità lo «strappo» di Martino non ha destato alcuna sorpresa, nel Pd.