Italia out dal Mondiale, Italo Cucci: “Ora campionato a 18 o 16 squadre, stop a stranieri strapagati”

All’indomani della sconfitta della Nazionale che non parteciperà ai prossimi Mondiali di calcio, è tempo di critiche ma anche di analisi. Tra quelle più lucide c’è quella di Italo Cucci su Il Giorno che, a questo punto, auspica a una vera proprio rivoluzione copernicana.

“C’è tanto da cambiare, e si cambierà, ma non alla maniera del Gattopardo” spiega, “si devono incidere sulla pietra i nuovi comandamenti che rammento puntualmente da anni: rinvigorire il campionato portandolo a 18 o sedici squadre, ridurre il numero degli stranieri che negli anni, dal 2006 glorioso in poi hanno sottratto i ruoli più importanti agli italiani”.

Sul capitolo stranieri l’ex direttore del Corriere dello Sport-Stadio, si sofferma sottolineando che questi giocatori strapagati “nel tempo hanno sottratto ai club la voglia – la necessità, i soldi – per lavorare nei settori giovanili”. L’analisi si chiude infine con un duro attacco nei confronti dei vertici della Fgci partendo ovviamente da Carlo Tavecchio.

“Dovrà pensare alla sua Apocalisse che pochi vorranno condividere” scrive Cucci, “e dire che il potere per cambiare non gli era mancato. Dell’allenatore (Gian Piero Venturandr) s’è detto tutto, anzi ha confessato da solo, in 190 minuti, l’incapacità di costruire una squadra, messa in campo anche lunedì sera senza logica, gettando nella battaglia piccoli disarmati guerrieri mai costretti – o appena aiutati – a fondersi in un tutt’uno coordinato e potente. Non invoco – anche se la rabbia è tanta, ma più forte la pena – processi sommari. La stagione dei pomodori è passata, anzi va ricordata come l’esito buffo di scampagnate popolari. È fallito il business” chiosa il giornalista, “e va presentato il conto a tutti. Malagò c’ era, ha visto e sentito tutto. Se vuole parlare di Ricchi Scemi lo faccia. Dal ’58 a oggi si sono moltiplicati”.

In Russia ci va la Svezia. Gli azzurri a casa. E non c’ è bisogno di rammentare l’ antico slogan della vergogna nazionale, perché da casa non erano mai usciti. Il dettaglio più doloroso della partita: la Svezia ha giocato meglio dell’ Italia. Solida in difesa come se l’ avesse allenata Rocco, facilitata nell’ impresa dalla miriade di cross sprecati dagli azzurri verso un’ area presidiata da giganti mobili.

Mi direte che noi ce l’ abbiamo messa tutta, altro che a Solna, dove l’ Italia dormì; e questo il particolare che ci condanna: il cuore non è mancato, quello degli azzurri batteva all’ unisono con settantamila cuori di San Siro; è mancato il calcio che ci aveva eletto campioni del contropiede e invece abbiamo scelto la doppia via di Candreva a destra e Darmian a sinistra.
I bomber? Il fuoco? La prossima volta.

È importante e triste insieme trascorrere dalla cronaca alla storia che tiriamo in ballo spesso senza conoscerla. La storia è questa, una sconfitta umiliante per chi ha collezionato con merito quattro titoli mondiali. Chi la scrive non aveva mai conosciuto l’ onta di Belfast in diretta: là furono commessi errori esiziali in poche ore, a Milano s’ è chiusa una vicenda cominciata a Madrid per sciocca presunzione. Poi, la paura, quasi un sentirsi inferiori all’ impresa che si andava cercando. E ci sarà un processo non per portare sul banco degli accusati i poveri azzurri di ieri sera ma per rivedere tutti i danni fatti a un movimento calcistico fra i più potenti del mondo. C’ è tanto da cambiare, e si cambierà, ma non alla maniera del Gattopardo, si devono incidere sulla pietra i nuovi comandamenti che rammento puntualmente da anni: rinvigorire il campionato portandolo a 18 o sedici squadre, ridurre il numero degli stranieri che negli anni, dal 2006 glorioso in poi hanno sottratto i ruoli più importanti agli italiani; e dico di stranieri strapagati che hanno nel tempo sottratto ai club la voglia – la necessità, i soldi – per lavorare nei settori giovanili.

TAVECCHIO dovrà pensare alla sua Apocalisse che pochi vorranno condividere: e dire che il potere per cambiare non gli era mancato. Dell’ allenatore s’ è detto tutto, anzi ha confessato da solo, in 190 minuti, l’ incapacità di costruire una squadra, messa in campo anche iersera senza logica, gettando nella battaglia .piccoli disarmati guerrieri mai costretti – o appena aiutati – a fondersi in un tutt’ uno coordinato e potente. Non invoco – anche se la rabbia è tanta, ma più forte la pena – processi sommari. La stagione dei pomodori è passata, anzi va ricordata come l’ esito buffo di scampagnate popolari. È fallito il business e va presentato il conto a tutti. Malagò c’ era, ha visto e sentito tutto. Se vuole parlare di Ricchi Scemi lo faccia. Dal 58 a oggi si sono moltiplicati. (Libero)