Cessione Milan, Repubblica titola: “Il grande mistero”

1. MA IL MILAN SI VENDE O NON SI VENDE? IL CLOSING SLITTA CONTINUAMENTE E IL 10 MARZO O ARRIVANO I SOLDI O SI RIPARTE DA CAPO, BUTTANDO ALL’ARIA TRE ANNI DI TRATTATIVE
2. IL CINESE YONGHONG LI, CAPACE DI RACIMOLARE, VIA PRESTITI BANCARI, 200 MILIONI DI CAPARRA, NON TROVA GLI ALTRI 320 PER CHIUDERE, PIÙ ALTRI 170 PER LA GESTIONE DEL CLUB!
3. CERTO, I BUCHI NERI NELLA VICENDA SONO TANTI. YONGHONG LI, IL COLLETTORE DEL FONDO SES, E’ UN CARNEADE DELLA FINANZA CINESE E IL PREZZO ACCETTATO (520 MILIONI PIÙ 220 DI DEBITI, 100 DI GESTIONE E 100 PER IL MERCATO) È IL DOPPIO DEL VALORE REALE DEL MILAN
4. E QUEI SOSPETTI, GIA’ SMENTITI, CHE I SOLDI DELLE DUE MAXICAPARRE FOSSERO DEL CAV
5. SE L’OPERAZIONE MILAN SALTASSE, FININVEST SAREBBE COSTRETTA A RICAPITALIZZARE…

Luca Pagni per “la Repubblica”

L’ennesima data fatidica per la vendita del Milan è venerdì prossimo, 10 marzo: o arrivano i soldi o si riparte da capo, come se tre anni di trattative e 19 mesi di mercato e sponsor congelati fossero passati invano. Il mistero, buffo per gli interisti, per i milanisti non lo è affatto.

Soprattutto adesso che negli ambienti finanziari circola una notizia beffarda: Suning, il colosso dell’ elettronica cinese che vuole rilanciare l’ Inter, avrebbe potuto scegliere il Milan. Se non ci fosse stata la trattativa col fondo cinese SES, preferito a qualunque altro acquirente nella lunga caccia di Fininvest a chi offriva di più. E se la richiesta di Berlusconi fosse stata più vicina a quella di Thohir: 390 milioni, il valore attribuito all’Inter.

Nell’ annuncio dell’ultima scena sono cascati perfino il braccio destro di una vita e la figlia. Adriano Galliani, alla vigilia della partita col Sassuolo, aveva radunato gli amici vicino a Modena, raccontando la commozione e cantando Sapore di sale. Mentre Barbara Berlusconi era già pronta a lasciare Casa Milan, dove invece tornerà martedì. D’altronde, la parola d’ordine è credere. Credere che il Milan verrà venduto a sconosciuti asiatici. Che un club fuori dalle coppe da tre stagioni valga un miliardo di euro o poco meno.

 Che l’affare saltato sempre all’ultimo istante sia soltanto questione di tempo e di contrattempi. E che la Fininvest magnanima perdoni i maldestri compratori d’ Oriente: prima il broker di Bangkok Bee Taechaubol, disposto nel maggio 2015 a sborsare 480 milioni per il 48 per cento delle azioni e stoppato dai guai giudiziari dell’ advisor di Lugano, e ora il cinese Yonghong Li, capace di racimolare, via prestiti bancari, 200 milioni di caparra, ma non gli altri 320 del closing, più altri 170 per le gestione del club.

 Il problema è che ormai ci credono in pochi. I buchi neri sono tanti. Yonghong Li, il collettore del fondo SES, non è un personaggio di primo piano della finanza cinese e così Han Li, il suo manager, a differenza della famiglia Zhang, che ha rilevato l’ Inter. Il prezzo accettato da SES (520 milioni più 220 di debiti, più 100 di gestione annua e 100 per il mercato) è almeno il doppio del valore reale del Milan.

Il governo di Pechino ha varato norme contro la fuga dei capitali. Quando a settembre 2016 la prima delle due maxicaparre affluì nelle casse di Fininvest (la seconda a dicembre è partita dalle Isole Vergini), Yonghong bollò all’ Ansa come “notizia completamente infondata” l’ ipotesi che i capitali di SES appartenessero a Berlusconi, né i magistrati hanno aperto inchieste. Fininvest, in particolare Marina Berlusconi, è determinata a vendere: i conti Mediaset vanno verso il terzo rosso consecutivo.

Se l’ operazione Milan saltasse, Berlusconi potrebbe tenersi i 200 milioni della caparra. Ma Fininvest sarebbe poi costretta entro l’ anno a ricapitalizzare il Milan, con un rosso 2016 già ipotizzato in 75 milioni: per questo, in caso di fallimento della trattativa coi cinesi, ripartirà subito la caccia al nuovo acquirente. Quella iniziata nel 2014 è stata bizzarra. L’ idea fissa di Berlusconi («ho speso 1,2 miliardi nel Milan, li voglio recuperare») ha fatto scappare molti.

I primi sondaggi negli Usa dimostrarono che le transazioni per un club, nello sport professionistico americano, costano assai meno. In Cina fu scovato Yonghong, allora alleato col patron di GSR (energia rinnovabile) Sonny Wu. Da Singapore si fece avanti Peter Lim, poi finito al Valencia: nel frattempo (Natale 2014) era spuntato Mister Bee, col quale Berlusconi firmò nell’ agosto 2015 il preliminare di Villa Certosa. Tramontato Bee, riecco i cinesi, scortati dai mediatori Galatioto (italoamericano)-Gangikoff in un interregno durato il tempo di scegliere il futuro Ad Fassone e di ingaggiare Montella, col placet di Berlusconi e Galliani.

Spariti per contrasti interni alla cordata Gangikoff e Galatioto (hanno appena ottenuto la liquidazione, col vincolo del silenzio stampa), tra i cinesi ha vinto Yonghong. Il fondo SES ha firmato nell’ agosto 2016 il preliminare con Fininvest. Yonghong, garantendo una caparra di 100 milioni, ha battuto Sonny Wu (15). Il resto è noto. Ora Yonghong deve portare entro venerdì 100 milioni di bonifico e le garanzie (c’ è la banca Huarong) per gli altri 220.

Oggi gliene mancherebbero 170: solo così il closing sarà spostato ai primi di aprile. Intanto Galliani è di nuovo plenipotenziario di mercato: «Finché mi fanno guidare, guido ». Il rinnovo del contratto di Donnarumma, Raiola volendo, è la priorità. Stasera c’ è Milan- Chievo. «Non voglio alibi per la squadra, io non penso al closing », giura Montella. Beato lui.

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